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La storia di Riccardo: come un’esperienza di volontariato ha cambiato la mia vita!

La storia di Riccardo come un esperienza di volontariato ha cambiato la mia vita

 

La storia di Riccardo: come un’esperienza di volontariato ha cambiato la mia vita!

Riccardo dopo un progetto di volontariato in Africa con AIESEC ha realizzato il suo sogno di aprire una start up in Italia: Nibol.

 

Riccardo ha 24 anni e ha studiato all’accademia delle belle arti di Milano. Ama viaggiare ed ha parecchi viaggi in attivo, ma fino a pochi mesi fa non era mai stato in Africa, in quella gigantesca macchia primordiale.

Passate nemmeno due settimane dal conseguimento della laurea, ha deciso di mettere in pausa la sua vita in Italia e partire per due mesi per un progetto di volontariato con AIESEC, realizzando, così, due dei suoi sogni: visitare finalmente il continente africano e trovare il coraggio e la spinta necessaria per aprire una start up. Oggi gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

 

Come mai hai deciso di partire? E perchè pensi che questo tipo di esperienze di volontariato siano importanti?

Solitamente quando parti c’è l’idea di andare in un posto con l’obiettivo di aiutare gli altri, soprattutto quando si parla di volontariato e di Africa, in realtà quello che ho scoperto è che lo fai anche per te stesso, per staccare dalla solita routine e scoprire chi sei e cosa puoi fare in una situazione diversa dalla normalità, lontano dalla tua zona di confort. Ho deciso di partire perchè volevo fare un progetto in Africa inerente al calcio, la mia passione, volevo fare qualcosa di diverso dal solito e fuori dagli schemi e come ho detto prima capire un qualcosa in più su me stesso.”

 

In cosa consisteva il tuo progetto di volontariato?

All’inizio facevo solo l’allenatore di calcio per i ragazzi del posto, poi mi sono ritrovato anche a fare raccolta fondi. Questo perchè il problema che avevano in quel momento era proprio la mancanza di fondi per finanziare la squadra, perchè nonostante ci fosse una quota di partecipazione, questa non veniva pagata. Si sostenevano principalmente grazie un gruppo di donne che sponsorizzava il tutto in base alle proprie finanze, ma ovviamente non era abbastanza. Ho deciso, quindi, di dare una mano aprendo un un sito internet, #footbaldream, e iniziando una campagna di raccolta fondi online. Ho raccolto 1500 euro e ho trovato uno sponsor che li sostenesse nei mesi successivi alla mia partenza. Loro non sapevano niente, volevo fosse una una sorpresa, per questo gliel’ho detto solo una volta arrivato in aereoporto prima di salutarli.”

 

Quale è stata la prima impressione quando sei arrivata in Sud Africa?

Ricordo che quando sono arrivato nella mia nuova casa il primo giorno avevano preparato una festa in mio onore. C’erano circa 50/60 persone che mi aspettavano insieme al prete e mi hanno dato un nome tipico del luogo, è stata decisamente un’accoglienza che non mi aspettavo. Poi ricordo anche che, nonostante le case fossero un po’ messe male, loro cercavano di tenerle al meglio, il più pulite e ordinate possibili. In più, tanti all’inizio mi dicevano di stare attento nella zona in cui vivevo ma ad essere sinceri io non ho mai incontrato nessun tipo di problema, so che altri ragazzi bianchi sudamericani non venivano a trovarmi perchè avevano paura ma non riuscivo a capire il perchè.”

 

Hai fatto fatica ad ambientarti all’inizio?

Quando arrivi è strano perchè hai la sensazione di dover tornare a casa perchè senti di essere dall’altra parte del mondo e devi fidarti degli altri. Ma dopo i primi giorni inizi a farti capire e a fidarti degli altri e poi diventa tutto spettacolare. Ti danno più responsabilità e libertà. Quando iniziavamo a parlare di “cose da ragazzi” era come parlare con qualsiasi altro mio coetaneo, è tutto uguale ma in una parte diversa del mondo. Quando sei nel tuo Paese pensi che tutto il resto del mondo sia diverso dal tuo, invece i ragazzi hanno le stesse ambizioni, passioni e problemi, con un po’ più di difficoltà date dal contesto in cui vivono ma con la stessa forza di volontà di farcela nella vita.”

 

Quale è stato il momento più bello dell’esperienza?

Il fatto di aver festeggiato il mio compleanno con loro. Tutti mi hanno fatto gli auguri e cosa ancora più sorprendente è che mi hanno comprato una torta anche se non potevano permettersela”

 

E il più difficile?

Verso la fine dell’esperienza gli umori cambiano. Ho sofferto la lontananza da casa. Non è facile vivere così lontani in un mondo totalmente diverso. È molto più facile abbandonare i propri obiettivi e arrendersi alla mancanza di voglia di mettersi in gioco piuttosto che continuare a crescere. Ho deciso comunque di proseguire per la via più difficile.”

 

Quale è stato uno degli insegnamenti che hai tratto da questa esperienza?

Ho scoperto che è un Paese appena uscito dall'Apartheid e che tutti quelli che ho incontrato nel mio viaggio erano molto credenti: non è contemplata l’omosessualità e non è contemplata la non credenza in Dio. Le interazioni con le diverse generazioni mi lasciavano l’impressione che i più anziani vedessero l’Apartheid in modo malinconico (le persone lavoravano, anche se non avevano la possibilità di uscire di casa), mentre i più giovani erano sicuri nel dire che si stava meglio ora. Il fatto che non fossi una persona credente era inconcepibile per alcuni; un ragazzo, addirittura, non riuscì a dormire per due-tre notti perché non riusciva a crederci.”

 

Come è stato il rientro in Italia?

Non facile: tutto qua in italia mi è sembrato più brutto, soprattutto nelle prime due settimane. Ho capito che diamo priorità sbagliate alle cose e diamo per scontate certe altre cose. Il passaggio dal tranquillo villaggio in Africa alla frenetica città mi è risultato difficile e ho sentito particolarmente il distacco interagendo con gente che non hanno mai fatto un’esperienza del genere. “

Dopo un po’ di tempo dal mio rientro, ho aperto Nibol, la mia startup. Quando sono partito era solo una mappa su google che mi ero fatto per i cavoli miei. Mentre ero là, invece, non avendo internet e avendo molto tempo per pensarci, con carta e penna, ho messo giù tutti i miei progetti che ho poi ho deciso di implementare una volta tornato in Italia”

 

Cosa ti senti di dire alle persone che stanno pensando di fare un’esperienza simile?

Se si vuole fare qualcosa , bisogna per forza aver messo il proprio naso fuori dall’Italia, ancora meglio se per un’esperienza di volontariato, perché si capisce meglio come pensa la gente. Per me, partire è quasi un obbligo: impari a stare con la gente, impari a capire di chi fidarti e a stare da solo. Le regole del gioco sono difficili, ma ne vale davvero la pena.

In più mi sento di dire che quando sei là non devi risparmiarti niente dell’esperienza. Cogli tutte le opportunità che ti si presentano e fai di più di quello che ti viene richiesto, puoi sempre scoprire qualcosa di nuovo da queste piccole azioni. Io sono anche andato ad una conferenza nazionale di AIESEC che non era per me ed è stato unico.

In generale, tutto quello che ti viene chiesto è solo l’inizio di quello che dovresti/potresti fare, poi sta a te dare il valore aggiunto e trovare quello di cui loro hanno bisogno, non risparmiarti niente”

 

Se anche tu vuoi scoprire nuove culture, fare nuove esperienze e vivere una storia simile a quella di Riccardo, iscriviti al sito bit.ly/Volontariatointernazionale (non vincolante) oppure scrivi a info@aiesec.it. Verrai contattato da un nostro responsabile che ti aiuterà nella scelta del progetto più adatto a te.

 

 

 

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