La storia di Samuele, volontario in Guinea Bissau

 immagine La storia di Samuele, volontario in Guinea Bissau

 

Non sono speciale, né Superman, né altro. Anzi di errori ne faccio tanti anche io. Faccio questo lavoro perché, pur nelle difficoltà e in maniera per alcuni forse egoistica, mi fa sentire bene, utile. Ogni giorno sono a contatto con persone che sono meno fortunate di me e cerco, nel mio piccolo, di aiutarle. E alla sera, pur stanco, vado a dormire felice”.

 

 

Non è speciale, non è un super uomo…Chi è Samuele Tini?

 

Samuele Tini è un uomo di 32 anni, originario di Cigliano, in provincia di Vercelli. Attualmente lavoro come responsabile Paese per Manitese (www.manitese.it) in Guinea Bissau.

 

Appena laureato sei partito per uno stage in Kenya nel 2005 con un post laurea e uno stage. Non sarebbe stato più facile e comodo trovare un lavoro in Italia? Cosa ti ha spinto a prendere una decisione così inusuale e difficile?

 

Il tutto, come racconto sempre, è nato per caso o per fato. Dopo il corso, sono partito perché mi è stato proposto uno stage, con condizioni dure, pagamento del viaggio e 6 mesi senza retribuzione. Come molti stagisti del resto, ma è stata un’esperienza importante. Sono andato via di casa, in un continente diverso, ho incontrato persone, alcune fra loro mi hanno accolto come un figlio, altri meno, ma è stata un’utile formazione nella scuola della vita.

 

Di cosa ti sei privato in tutti questi anni?

 

In questi anni ho vissuto diverse esperienze, alcune molto dure. Mi vengono subito in mente il Sudan o la Tanzania. La cosa che più manca è sicuramente la famiglia, il sentire casa e anche la tranquillità e le comodità quotidiane, come il non doversi preoccupare di acqua e luce, della spesa o di tante piccole banalità. È finito il tempo anche per coltivare amicizie vere, nonostante abbia incontrato persone fantastiche lungo il mio cammino, persone che ricordo con affetto, ma che ora sono ai quattro angoli del pianeta.

 

 

E cosa invece ti ha regalato e continua a regalarti quest’esperienza?

 

L’esperienza nel mondo della cooperazione, specialmente sul terreno, regala enormi soddisfazioni. Ti dà l’opportunità di lavorare con una comunità, parlare ed affrontare insieme le difficoltà, cercando di risolverle. Così è nato, ad esempio, il progetto a Bubaque, sulle isole in Guinea Bissau. Un anno di lavoro insieme, ascoltando i bisogni, costruendo insieme un progetto che rispondesse alle reali necessità della comunità e ottenendo in tal modo la soddisfazione di poter lavorare per realizzarlo in questo 2013, insieme all’equipe.

 

Quali sono stati i momenti più difficili che hai vissuto?

 

Il momento più difficile è stato sicuramente la perdita di mio padre, visto per soli 15 giorni al rientro dal Mozambico. La lontananza mi ha reso difficile essere presente e vicino nel momento della rapida malattia. Poi vi sono i momenti quotidiani di sconforto, di paura, come ad esempio dopo il colpo di stato del 12 aprile 2012 in Guinea Bissau, di solitudine..

 

Come riesci a sopperire alla mancanza della tua famiglia?

 

La famiglia rimane sempre nel cuore, si pensa a loro e si vorrebbe anche fare di più, cercare di essere più presente. Le nuove tecnologie aiutano, ma non bastano.. Se da un lato mi manca la mia famiglia, dall’altro ho incontrato famiglie adottive nel mio cammino, in Kenya, in Tanzania e in Mozambico, a diversi gradi, ho trovato persone amiche che mi hanno accolto e sono state occasioni di incontro e crescita.

 

Siamo abituati a vivere circondati da tante comodità e agi. Cosa ti manca maggiormente in questo periodo? E quali sono invece le effettive priorità?

 

In Africa mancano molte delle comodità: dalle cose scontate, acqua e luce, alla opulenza dei supermarket, anche se questo è relativo, specie se si pensa ai numerosi problemi di sicurezza. Nelle grandi città, come Maputo e Nairobi, si può trovare quasi di tutto; un’altra storia per le zone rurali dove lo sviluppo è ancora un miraggio. Sicuramente si apprende, specie facendo esperienze sotto una lamiera al caldo, ad accontentarsi, a vivere con un po’ di meno. E si impara a fare comunità e a curare i rapporti con le persone.

 

 

Attualmente vivi in Guinea Bissau. Cosa puoi raccontarci del posto?

 

La Guinea Bissau è un piccolo stato dell’Africa Occidentale, che si trova a sud del Senegal. È un Paese piccolo ma complesso, con una grande diversità etnica e soprattutto una storia travagliata. Ex colonia portoghese, alla fine del 1974 raggiunge l’indipendenza, ma dopo i primi anni, carichi di speranze, vive una stagione di instabilità, culminata nella guerra civile del 1998-1999, e nella continua serie di colpi di Stato, protrattisi sino ai giorni nostri. È un Paese che nelle classifiche mondiali è agli ultimi posti ed è tristemente noto come narco stato, essendo il punto di ingresso per i trafficanti di droga dal Sud America nel transito verso l’Europa. Questi ultimi approfittano della instabilità, dell’assenza del potere centrale e delle connivenze di larga parte dell’esercito per instaurare le loro rotte di traffico illegale. La situazione sicurezza è più tranquilla rispetto ai grandi Paesi: Kenya, Mozambico, Nigeria, Sud Africa e questo è un fattore positivo. Con il colpo di Stato del 12 Aprile 2012, che ha interrotto un processo elettorale in atto che sembrava destinato a dare più stabilità al Paese, la situazione si è ulteriormente deteriorata. Scioperi per il mancato pagamento dei salari fra i professori nelle scuole, negli ospedali, nell’azienda della luce, settori nei quali il Paese sconta carenze croniche e che rendono la vita difficile. Gli aiuti internazionali si sono ridotti a causa del mancato riconoscimento del Paese da parte dei principali attori e le violenze si sono moltiplicate in un clima di caccia alle streghe. La quotidianità è rimasta però normale, pur con un aggravamento dello stato di salute del Paese. Io descrivo sempre la Guinea con l’ossimoro “instabile stabilità”, con una corrente di superficie che pare calma, con le persone che vivono quasi rassegnate alla situazione e una corrente profonda turbolenta, che ogni tanto emerge, distruggendo quanto di buono si è riusciti a costruire. Ovvio che non è facile lavorare qui, ma proprio per l’estremo bisogno è necessario essere presenti e lavorare a fianco delle popolazioni locali, spesso abbandonate dalle istituzioni.

 

Quali sono i Paesi in cui hai vissuto?

 

Ho vissuto prima in Kenya, in Tanzania, in Mozambico e in Sudan e infine in Guinea Bissau. In questo 2013 celebro gli 8 anni in Africa.

 

Come riesci a staccarti dalle persone conosciute ad ogni partenza?

 

È sempre difficile. Nella mia esperienza ho vissuto ben 6 partenze e 6 arrivi, con il trauma del dover lasciare un luogo e un tessuto di relazioni creatosi nel tempo, per andare in un paese diverso, con una lingua diversa e dove tutto era da creare. In questi anni ho incontrato una grande varietà di persone, alcune hanno lasciato molto, nel bene e nel male. Le nuove tecnologie permettono di rimanere in contatto, anche se agli angoli più lontani del pianeta, e le esperienze vissute, essendo in contesti intensi e difficili, tendono ad unire e a saldare legami che a distanza di anni continuano.

 

Come si svolge una tua giornata?

 

La mia giornata varia molto. Posso essere sul campo, dopo 5 ore di fuoristrada fra i pescatori o a discutere con rappresentanti dei ministeri o ministri stessi o con i funzionari delle Nazioni Unite o Unione Europea. Tutto è però funzionale, sia le grandi riunioni strategiche che parlare con un fornitore. È questo un lavoro che richiede molta flessibilità, umiltà nel fare le cose e diplomazia.

 

In cosa consiste il tuo supporto alla popolazione locale?

 

Il lavoro dei progetti è complesso. Molto spesso l’idea è della persona che va in Africa a fare un lavoro concreto, a costruire un pozzo, una scuola, un dispensario. Questa è stata la cooperazione un po’ dei primordi. Oggi il lavoro di appoggio è più complesso. Si tratta di accompagnare e facilitare i nostri partner, oltre a rendere le persone locali protagonisti della gestione. Ovvio che non manca la parte del fare, dal risolvere i problemi quotidiani a essere impegnati a scaricare bidoni, ma il lavoro oggi è più articolato. Si tratta di formare, creare legami e relazioni, sia con i partner che con i donatori; lavorare al fianco delle comunità locali per studiarne i bisogni così da evitare di fare progetti inutili;valorizzare le persone, pur nelle limitazioni e difficoltà. È sicuramente un lavoro complesso di supporto a cui si aggiunge una ferrea disciplina amministrativa, che è doverosa perché noi lavoriamo in parte con denaro pubblico, sia dell’ Unione Europea che di altri enti, e in parte con denaro donato da persone che credono e senza le quali sarebbe impossibile la nostra opera.

 

 

Come ti sostieni economicamente?

 

Oggi ricevo un salario che mi permette di vivere nel Paese. Il volontariato è sicuramente importante, ma nella cooperazione è necessario anche avere figure professionali, a cui, a fronte delle difficoltà e delle responsabilità su bilanci importanti, sia anche riconosciuta tale professionalità. Questo non vuole dire che non vi sia volontariato, anzi debbo dire che l’impegno è grande, ma che è necessario valorizzare le competenze. Questo è un percorso nel quale le Organizzazioni devono camminare, per creare solide basi e avere persone capaci di rispondere con efficacia alle numerose sfide che la cooperazione presenta. È un lavoro che certo non mi sento di raccomandare a chi vuole certezze economiche e stabilità, per questo meglio altri settori, ma che mi sento di consigliare a chi vuole unire idealità con un impegno concreto in prima persona.

 

Quali sono i tuoi obiettivi, i tuoi sogni e le tue speranze?

 

Ne ho molti. Sono obiettivi grandi ma anche piccoli, perché ho imparato in questi anni l’importanza della concretezza. Il mio sogno è quello di continuare a poter svolgere questo lavoro, il sogno è quello di poter vedere realizzato i progetti dove ho prestato servizio, vedere i giovani che oggi lavorano con noi impegnati nel prestare servizio al loro Paese, ciascuno nelle sue funzioni e responsabilità. Un po’ ingenuo ed idealista, ma l’obiettivo è questo, poi lo si declina fra le mille difficoltà della vita.

 

Durante tutti questi anni, ci sarà stato sicuramente qualche incontro speciale, con qualche persona speciale, che possa essere stato un bambino, una donna, un ragazzo.. un incontro che porterai sempre nel cuore. Vorresti condividerlo con noi?

 

Conservo una lettera scritta da un ragazzo in Sudan, di cui voglio citare una parte. In molti anni raramente mi è capitato un ringraziamento così sincero e gratuito e quando sono triste penso a questa lettera, che mi ricorda perché sono qui e mi dà nuova energia per affrontare le sfide che mi si pongono davanti.

for Samuele,[…] I acknowledge in immeasurable amount, his self-sacrifices to make sure that these schools stand erect in the villages. Samuele toiled day and night in the kingdom of mosquitoes and other wild animals. One expects a lot of cars on a high way but here the situation is different, there are many potholes and a lot of mud to keep your car for the whole year, but he did it despite all these difficulties. I then say bravo to him and his colleagues for the job well done. And for these reasons, I will not hesitate to say thank you Samuele and your colleagues. Sometimes I would think that if Africa was more developed than Europe, it would take me considerable amount of time deciding to go to Europe and help those in Europe and so, I can clearly see a lot of sacrifices made by you to come to a place where everything seems to be very hard.”

 

Quanto tempo rimarrai a Bissau?

 

Pur nelle difficoltà, mi sento legato a Bissau e con certezza ci rimarrò ancora per un po’ di tempo. È un Paese a cui voglio bene.

 

 

Con che frequenza ritorni in Italia e che effetto ti fa tornarci?

 

Dipende dalle esigenze di progetto, ma cerco di rientrare almeno 2 volte l’anno. È importante avere momenti di stacco dalla realtà e attualizzarsi. La prima volta sono rimasto quasi 12 mesi in Guinea, ma era necessario per capire il Paese e immergersi nella realtà. È però importante anche uscire dal contesto, relativizzare i problemi particolari nel quadro generale, sia a livello di organizzazione che a livello più complessivo. Creare un ponte fra chi lavora in Italia e all’estero per rendere partecipe, mutuamente, dei problemi, delle difficoltà, dei successi di queste due realtà che sono fondamentali l’una all’altra per la buona riuscita dei progetti. A livello generale è sempre bello tornare, si apprezzano di più le cose che mancano in Guinea, la facilità delle piccole cose, dagli spostamenti all’ uso di internet, alla luce e all’acqua. Mi colpiscono le luci di Natale, il calore estivo, il fiume di gente nelle stazioni. Mi colpisce il silenzio su un treno, lo stupore nel salutare le tre persone che sono di fronte a te, ma queste sono differenze anche culturali e sociali. Qualche sorriso in più però non guasterebbe.

 

Come e dove vedi il tuo futuro?

 

Il futuro spaventa e inquieta sempre. Per ora mi vedo nel presente, in Guinea nel mio lavoro. Il mio auspicio è quello di poter conciliare nella mia vita un lavoro che mi piace, che mi soddisfa e che so fare con le esigenze della vita.

E spero di poter continuare a scrivere “e alla sera, pur stanco, vado a dormire felice”.

 

sam.tini@gmail.com

www.samueletini.net

 

A cura di Nicole Cascione

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