Drusilla e Mimma: mamme nel deserto (Kuwait)

 immagine Drusilla e Mimma: mamme nel deserto (Kuwait)

 

Drusilla e Mimma: entrambe mamme, entrambe expat. Due esperienze simili, ma due modi di approcciarsi al cambiamento differente. Un trasferimento in Kuwait, con tutti i pro e i contro di un Paese islamico, quali lingua, luoghi e clima diversi. Un mondo sconosciuto in cui misurarsi giorno per giorno con le difficoltà culturali e linguistiche, il tutto raccontato a 4 mani nel blog mammeneldeserto.blogspot.com.

 

Drusilla e Mimma, da quanto tempo vivete in Kuwait?

 

Drusilla: Siamo arrivati in Kuwait a fine gennaio del 2011, quindi abbiamo già superato i due anni. Il tempo vola!

 

Mimma: Mi sono trasferita in Kuwait da gennaio 2012. Mio marito qualche mese prima.

 

Qual è stato il percorso che vi ha condotto fin lì?

 

Drusilla: Per noi si tratta di una scelta di vita fatta insieme. Mio marito ha iniziato a lavorare all’estero nel 2005 e quando ci siamo sposati già sapevo quale sarebbe stato il nostro destino. Ma il racconto dettagliato di tutto il percorso che ci ha condotto fino in Kuwait lo trovate in questo post “Ma come diavolo ci sei finita in Kuwait”. http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/03/ma-come-diavolo-ci-sei-finita-in-kuwait.html

 

Mimma: Lo racconto molto bene nel nostro post “Ma come diavolo ci sei finita a Kuwait” http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/03/ma-come-diavolo-ci-sei-finita-nel-kuwait.html.Diciamo che con il pensiero ho attratto una nuova e migliore opportunità lavorativa per mio marito. Consapevole di quanto il suo grande gesto di rinunciare ad un’ottima posizione a Dublino per riunire la famiglia nella città che io amavo (Milano), fosse pesante per lui e foriera di poche opportunità per la nostra famiglia. Quando arrivò la telefonata dell’head hunter, ebbi un brivido di eccitazione e paura lungo la schiena. Ma sapevo che ce l’avremmo fatta a superare tutte le difficoltà. Anche se, tra i due, era mio marito il più preoccupato. Ci abbiamo impiegato tre mesi ad accettare.

 

 

Inizialmente quali sono state le vostre paure, i vostri dubbi?

 

Drusilla: Sinceramente non ho mai avuto grandi paure o dubbi. Io e mio marito siamo sempre stati piuttosto convinti delle nostre scelte di vita; in due abbiamo deciso di vivere all’estero e quindi non ci siamo mai fatti troppe domande. Ci sono momenti in cui ci chiediamo se la nostra scelta di vita da expat verrà capita dai nostri figli, se stiamo facendo il loro bene, se non li stiamo allontanando troppo dagli affetti più cari come nonni e zii, ma tutte queste incertezze svaniscono dopo i due mesi estivi trascorsi in Italia. Non è una battuta, è la verità! Ormai siamo talmente abituati a vivere lontani da tutti, che tornare in Italia costerebbe veramente molta fatica.

 

Mimma: Quello che aveva più dubbi e paure era mio marito. Paura per la bimba, che aveva solo 11 mesi e non sapevamo cosa avremmo trovato in Kuwait da un punto di vista sanitario e scolastico. Solo dopo aver controllato direttamente, ci siamo tranquillizzati. Poi, un’altra fonte di preoccupazione era legata alla mia scelta di lasciare il mio lavoro. Temevo soprattutto di poter perdere la mia autonomia e la mia indipendenza. Ma entrambi abbiamo capito che sarebbe stato solo un momento e che appena ci saremmo organizzati avrei trovato qualcosa per me. Mio marito aveva anche il timore di rimettersi in gioco, di ricominciare tutto da capo, dopo nemmeno un anno dall’ultimo cambiamento. Lui è un uomo che non si lamenta mai. Ma quando sono andata all’open day della società e ho visto i suoi colleghi, ancora una volta ho capito che è davvero un uomo speciale. Lavora per una società kuwatiana e la percentuale di expat è molto bassa. A lui è toccata la parte più difficile, non solo lavorare, ma relazionarsi davvero con un cultura completamente diversa. In un contesto dove tanti, a differenza di te, non hanno bisogno di lavorare per vivere. Mentre tu sì e devi anche produrre dei risultati. Inoltre, sei sempre uno straniero e quindi molto poco “protetto”.

 

Avete mai sofferto di nostalgia?

 

Drusilla: All’inizio non parlerei proprio di nostalgia, ma di vera difficoltà nella gestione della vita familiare in un nuovo Paese. Sono arrivata a Kuwait City con due bambini piccoli (Tato 20 mesi e Ercolino 2 mesi), mio marito era arrivato 6 mesi prima ed era molto impegnato con il lavoro, quindi ho dovuto fare un po’ tutto da sola: cercare una scuola per Tato, imparare a guidare in una grande città, imparare il tragitto scuola-casa e casa-supermercato, cercare nuove amicizie, capire una lingua straniera e tanto altro ancora. Ovviamente i momenti di sconforto e nostalgia sono tanti; in diversi casi mi sono chiesta cosa mi avesse spinto a scegliere questo tipo di vita. Ma quando guardo la difficile situazione che sta vivendo oggi l’Italia, capisco che siamo stati fortunati ed abbiamo fatto la scelta giusta al momento giusto.

 

Mimma: Inizialmente no, anche perché era tanta la voglia di integrarmi, di capire, poi avevo appena smesso di lavorare e venivo fuori da un anno faticoso. Quindi mi è sembrato di stare su una giostra, che a volte forse girava troppo forte o troppo piano. All’inizio mi è pesata più la mancanza di autonomia, di indipendenza. Il mio marchio di fabbrica. Poco avvezza della lingua, con una bimba piccola, priva di amici, tutto questo mi obbligava a chiedere aiuto a mio marito, che arrivava a chiamarmi anche 10 volte al giorno. Per fortuna, dopo qualche mese, abbiamo rimesso le cose al loro posto e le telefonate e i messaggi si sono ridotti a 3\4. Ora dopo un anno e mezzo non mi chiama mai o quasi e se lo fa è solo per salutarmi. La nostalgia ti prende dopo qualche mese , quando sei un po’ stanco. Oppure per assurdo a me viene appena torno dalle vacanze. Soprattutto dopo la lunga pausa estiva. Ricordo che l’anno scorso, quando a settembre sono salita sull’aereo della Kuwait airways, guardando i passeggeri ho pensato: ma dove sto andando? I giorni successivi mi ritrovavo a guardare i grattacieli e qualche pezzetto di deserto qua e là, tirando grandi sospiri di nostalgia. Pensando alla famiglia, agli amici, alle mie città, al verde, al mio lavoro e alle tante cose da fare. Fortunatamente però, non sono una persona che si piange addosso e cerco sempre di inventare qualcosa per tenermi occupata. A settembre scorso ad esempio, complice l’inizio del nido per mia figlia, ho intrapreso un bel corso di inglese per me. A febbraio abbiamo cominciato a scrivere il blog.

 

Ecco, infatti….ad un certo punto avete deciso di scrivere un blog a 4 mani: mammeneldeserto.blogspot.com. Quali argomenti vengono trattati e con quale finalità è nato?

 

Mimma: E’ nato dopo una battuta di Drusilla: “Mimma dovremmo scrivere un libro su questa esperienza”, ed io le ho risposto: “Perchè non iniziamo con un blog?”. All’inizio avevamo voglia solo di scrivere per noi, per ricordare questa esperienza unica, con il tempo poi, vista anche la curiosità su questa parte del mondo, abbiamo pensato di diventare una sorta di lente di ingrandimento. Un megafono. Infine ci siamo rese conto che, complice anche la difficoltà economica del nostro Paese, sta diventando anche una sorta di incoraggiamento per chi come noi dovrà vivere questa esperienza. Quindi parliamo molto delle nostre esperienza da expat e su curiosità legate al Kuwait.

 

 

Ne approfitto per chiedervi di raccontarci qualcosa sulla vostra vita in Kuwait.

 

Drusilla: Vivere a Kuwait City con la famiglia è un po’ come vivere in qualsiasi parte del mondo (almeno credo). La vita è semplice, facile, tranquilla e sicura. Il tutto ruota attorno alla famiglia e alla routine dei nostri figli.

 

Mimma: Quando sono arrivata in Kuwait, mio marito aveva sistemato già tutto. Casa, iscrizione al club, mi portò persino agli incontri organizzati dall’associazione italiana in Kuwait. Loro mi dissero subito: “Il Kuwait è un posto facile, si vive bene e tranquilli, soprattutto con un figlio piccolo”. Ma la definizione migliore me la diede il mio caro amico Ivan, che ci aveva vissuto 5 anni e che avevo chiamato subito, non appena saputo della nuova opportunità lavorativa. Mi disse: “Mimma, tu sei pugliese, hai già affrontato la tua prima esperienza di adattamento a Milano e anche qui starai bene, soprattutto se vuoi “stare bene”. Il Kuwait lo chiamano la prigione a 5 stelle. Ma avevo in mente il mio obbiettivo: lavorare tanto e bene. A tutto il resto non ho pensato”. Aveva ragione lui e non l’ho mai dimenticato.

 

Vantaggi e svantaggi:

 

Drusilla: Vivere in Kuwait presenta diversi vantaggi come ad esempio la possibilità di mandare i figli in scuole inglesi o internazionali; frequentare gente che arriva da tutto il mondo; far crescere i propri figli open mind; imparare a conoscere una nuova cultura; vivere in modo semplice (a volte pure troppo!); il clima sempre caldo che ti permette di vivere spesso all’esterno.

 

Allo stesso modo ci sono anche diversi aspetti negativi come la difficoltà nella gestione della famiglia, visto che non puoi contare sull’aiuto dei nonni; la lontananza dalla famiglia d’origine (che spesso si trasforma in un aspetto positivo!); l’impossibilità di spostarsi a piedi o con una bicicletta; la totale assenza di natura (tranne qualche palma sparsa qua e là); la grande differenza con la nostra cultura e quindi la difficoltà di tramandare tradizioni ed usanze tipicamente italiane.

 

Mimma: Tra i maggiori vantaggi c’è che non si respira crisi, che tutto sembra ancora possibile. Che è facile fare le cose e muoversi. Inoltre nel mio piccolo, un altro pro è stato poter fare la mamma, senza essere ostaggio di una tata a Milano, far stare mia figlia all’aria aperta e in un contesto internazionale. I contro: la famosa prigione a 5 stelle. La vita sociale è limitata. Qui è vietato l’alcool e il maiale. Non esistono bar o discoteche, locali notturni. Ma anche la vita culturale è limitata. Non ci sono teatri, concerti, musei, se si escludono quei pochi specializzati in cultura araba.

 

Nei cinema proiettano solo film d’azione e a volte alcune scene vengono anche tagliate. Qui esiste la censura. La cultura islamica è forte. Anche da un punto di vista visivo. Tante donne in burqa e uomini con il costume tradizionale. Il muezzin che canta a orari improbabili. Un clima totalmente diverso, con l’aria fredda che dura al massimo due mesi e con dei periodi in cui raggiunge i 50°. Senza contare le tempeste di sabbia, che portano tante malattie. Le più usuali allergie ed asma. Il ramadam è un periodo faticoso e il calendario è tutto da immaginare. Non esistono Natale e Pasqua. Anche la festa della mamma capita in un altro giorno. E la vita spesso finisce per tradursi in un percorso fatto di casa- lavoro- casa per i papà e per le mamme casa-scuola-casa, con l’unica variante del giro al club. Ma confesso che anche a Milano, con una figlia piccola, la mia vita sociale non era un granché.

 

Cosa significa crescere un figlio in Kuwait?

 

Drusilla: Partiamo dal presupposto che non ho idea di cosa significhi crescere un figlio in Italia, perché siamo partiti per la Libia prima e per il Kuwait dopo, quando i bambini erano molto piccoli. Diciamo che crescere un figlio all’estero significa crescere un figlio da soli: mamma e papà. Senza l’aiuto dei nonni. Ma questo accade spesso anche se vivi in Italia, perché magari non hai la fortuna di avere i nonni oppure vivono lontani. Significa rinunciare a tante tradizioni (come il Natale o la Pasqua o Santa Lucia) italiane. Ma significa anche crescere un figlio open mind, abituarlo alla diversità; insegnargli due o più lingue; fargli conoscere tante culture e dargli la libertà di poter scegliere dove vivere la sua vita in futuro. Per me significa poter fare la mamma a tempo pieno, una fortuna per chi oggi vive in Italia.

 

Mimma: Abbiamo pensato che sarebbe stata una grande opportunità. E ora a distanza di 18 mesi continuiamo a pensarlo. Cresce bilingue, frequenta scuole internazionali, ha amici di tante nazionalità. Sarà inevitabilmente open mind o comunque abituata a valutare più punti di vista. Fa tante attività. E’ autonoma, curiosa, libera. Ha confidenza con l’acqua e nessuna paura del diverso. Certo ha solo 30 mesi, ma amo vederla così aperta e senza problemi nei confronti del cambiamento. Certo, questo significa toglierle la vicinanza degli affetti più cari, come i nonni e gli zii, nei confronti dei quali c’è un forte legame. Ma noi vivevamo comunque a Milano, lontano dalle nostre famiglie di origine. E se avessi continuato a viverci, difficilmente li avrebbe visti due mesi di seguito. O almeno questo è quello che mi racconto per tranquillizzarmi. Per me significa anche passare tanto tempo insieme a lei. Un lusso che in Italia non avrei potuto permettermi.

 

 

Come hanno affrontato il trasferimento i vostri figli? E voi in primis?

 

Drusilla: Il Kuwait per noi non rappresentava la prima esperienza estera. Mio marito era già stato in Tanzania, Qatar e Libia. Io e Tato abbiamo vissuto 8 mesi in Libia. Diciamo che per i bambini è normale vivere all’estero; quando la gente chiede loro dove abitano, questa è la loro risposta: “In Kuwait!”. Hanno preso il loro primo aereo a soli 2 mesi; hanno trascorso più tempo all’estero che in Italia.

 

Mimma: Mia figlia era così piccola che non ha avuto nessun trauma. In Kuwait ha mosso i suoi primi passi, le sue conquiste le sta facendo tutte qui. Anche se qualche confusione ce l’ha ora. L’altro giorno mi ha chiesto: “Mamma, andiamo a casa tua?” “E dove?” “In KUWAIT”. La Puglia invece è casa della nonna. E alla domanda: “Qual è casa tua?” Lei mi dice: “Con Checco”, suo cugino e mi indica la casetta che i nonni le hanno messo nel prato! Come ho affermato precedentemente, questo trasferimento l’ho desiderato, sapevo che era la cosa migliore che poteva succederci. Sapevo che sarebbe stata dura, ma ero mossa da un sano ottimismo e poi c’era tanto da fare. Certo quando ho chiuso la porta di casa di Milano le lacrime hanno preso il sopravvento, ma credo sia normale e anche giusto. Una fase della mia vita importante comunque si stava chiudendo.

 

A quali disagi siete andate incontro e come siete riusciti a superarli?

 

Drusilla: Il Kuwait è un Paese islamico, quindi le difficoltà più grandi riguardano la cultura e le tradizioni del luogo. Devo dire che rispetto alla Libia qui è stato tutto molto più semplice. Credo che la prima regola da seguire ogni volta che si decide di vivere all’estero sia il RISPETTO. Il rispetto per la gente, per la cultura, per le tradizioni del Paese che ci ospita. Quindi ho imparato ad indossare abiti o bermuda appena sotto il ginocchio, magliette poco scollate, non uso mai canotte tranne per andare al club. Per fortuna il Kuwait è un Paese molto libero e abituato agli stranieri.

 

E poi c’è il problema della lingua. Qui tutti parlano inglese, ma con diversi slang e accenti, perché ci sono indiani, filippini, arabi, inglesi, americani, australiani, francesi, tedeschi, spagnoli, etc… Ma per fortuna io e Mimma abbiamo frequentato un corso che ci ha permesso di imparare molto e prendere confidenza con questa lingua, da sempre ostica e impossibile.

 

Mimma: I disagi sono quelli normali di un’esperienza estera. Lingua, luoghi diversi, clima, nessun amico, il giorno che inizia prestissimo e finisce pure presto. Ma tutte cose superabili. Abbiamo unito le forze, forti dell’esperienza di mio marito che ha vissuto 10 anni a Dublino e del fatto che sono solare ed entusiasta e soprattutto forti della consapevolezza che la cosa più importante fosse stare tutti insieme. In Kuwait siamo diventati una vera famiglia.

 

 

Come avete superato l’ostacolo della lingua e soprattutto dell’integrazione?

 

Qui tutti o quasi parlano inglese, quindi se si conosce la lingua è facile, anche perché non è la lingua madre e quindi si tratta di un inglese accessibile a tutti. Inizialmente è stato un problema, però, dopo aver frequentato il corso di cui parlavo prima, la nostra vita è decisamente migliorata. Dell’arabo abbiamo imparato espressioni base, saluti e ringraziamenti. Ma è troppo difficile e comunque non è necessario saperlo. Tra expat l’integrazione è facile. Esistono associazioni, gruppi, insomma basta armarsi di un po’ di faccia tosta e pian piano ti crei dei nuovi amici. Con i locali è un po’ più difficile. Abitudini troppo diverse. Però quei pochi che abbiamo conosciuto ci hanno accolto bene. Ovviamente le nostre amiche più care sono italiane, ma ormai nel nostro piccolo gruppetto contiamo greci, libanesi e scozzesi.

 

Come siete state accolte in terra straniera?

 

Drusilla: L’accoglienza è stata ottima, non potevo chiedere di meglio. La gente è gentile e ospitale; il Kuwait è un Paese molto attento ai bambini, è normale ricevere attenzioni, complimenti e aiuti da tutti, a proposito di questo leggete il post “Kuwait, un Paese kids oriented” http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/01/kuwait-un-paese-kids-oriented.html. I kuwaitiani amano l’Italia e la nostra cultura, la prima cosa che ti chiedono quando scoprono che sei italiano è: “Per quale squadra di calcio tifi?”

 

Mimma: Il Kuwait è un Paese semplice, oserei dire ospitale. Poi mio marito ha sistemato tutto per bene. Ha scelto prima il club e poi ha trovato una casa vicino, con una bella vista. Tra l’altro nelle immediate vicinanze ho anche un supermarket aperto h24. Tutte piccole strategie che aiutano nella fase iniziale. Le persone sono ospitali e gentili. In Kuwait amano gli italiani, grazie alla Ferrari, alle squadre di calcio e alla moda. Abbiamo scoperto anche dei corsi universitari di lingua italiana. (http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/05/oggi-assistenti-teacher-allamerican.html), senza contare che è molto kids oriented.

 

Vivere in Kuwait sicuramente non è come farlo in Inghilterra o in Scozia, quali sono le mancanze e quali i pregi di una terra come quella in cui vivete?

 

Drusilla: In Kuwait sono vietati gli alcolici e tutti i prodotti a base di carne di maiale; diciamo che queste sono le due grandi mancanze. Personalmente avverto molto la mancanza di un bel prato verde dove far correre i miei piccoli, il poter andare in giro con la bicicletta o a piedi (purtroppo i mega suv la fanno da padrone!), portare i bambini a visitare un museo o andare a teatro.

 

Ma qui il clima è sempre bello, almeno 10 mesi all’anno. Non esiste il nostro inverno freddo, piovoso e nebbioso, qui durante la stagione “fredda” si gira con il giubbino di pelle e un maglione di cotone, nulla di più. Per questo possiamo vivere molto all’esterno e i bambini possono giocare sulla spiaggia tutto l’anno.

 

Mimma: Stare in Kuwait è molto diverso dal farlo in Inghilterra e in Scozia, non sei in Europa. Non sei a due, tre ore da casa, cosa che aiuta molto a mantenere contatti con gli affetti familiari lasciati in patria. Lì la religione è simile alla nostra e anche la settimana è uguale. Esistono ottime scuole pubbliche, noi invece siamo costrette a ricorrere solo a quelle private perché internazionali. Qui ti scontri tutti i giorni con luoghi diversi. In Inghilterra ti suona tutto familiare o quasi. Il Kuwait è un altro mondo, a volte è come stare sulla luna. Cultura, costumi, religione, cibo, calendario, nulla ci appartiene. E’ il classico “culture shock”. Ma devo dire fa parte del suo fascino, almeno per me. Adoro svegliarmi con quella luce, il mare. Misurarmi con un mondo sconosciuto. Ora la sento “casa”, si è conquistata un pezzo del mio cuore e mi sta regalando tante avventure. Nuovi amici, contatti nuovi e la libertà di fare quello che mi piace o almeno di provarci.

 

Un trasferimento significa sempre dover lasciarsi qualcosa dietro. Nel vostro caso, cosa vi siete lasciati alle spalle e, soprattutto, ne è valsa la pena?

 

Drusilla: Dietro le spalle ho lasciato un posto di lavoro a tempo indeterminato; una meravigliosa famiglia e gli amici. Ma ne è valsa la pena, perché grazie a questa esperienza estera ho conosciuto persone meravigliose, ho fatto amicizia con gente proveniente da tutto il mondo, mi sono creata una nuova famiglia composta da persone molto diverse tra loro e per questo molto speciali. E poi ho avuto l’opportunità di scoprire qualità che non pensavo di avere e la possibilità di intraprendere avventure nuove ed uniche, che ricorderò per sempre.

 

Mimma: Sto rispondendo all’intervista dalla mia amata Puglia e solo quando sono qui capisco cosa mi sono lasciata alla spalle. Mentre, quando sono lì, complice il mio desiderio di stare bene e un’attitudine a vivere il presente totalmente, non ci penso. Ho ben spiegato questo sentimento nel post: http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/03/i-love-milano.html. Mentre alla domanda ne è valsa la pena dico: “Sì, sì e ancora sì”.

 

Per concludere, qual è il bilancio della vostra esperienza in Kuwait?

 

Il bilancio non può altro che essere positivo, come si può ben capire dall’intervista. In ogni caso vorremmo rimandarvi alla lettura di un post dal titolo: “Quando la vita da expat diventa uno stile di vita”: http://mammeneldeserto.blogspot.it/2013/04/quando-la-vita-da-expat-diventa-uno.html.

 

mimmazizzo@gmail.com

drusillagalelli@gmail.com  

 

A cura di Nicole Cascione  

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