500 mila stagisti in Inghilterra, tutti di corsa

 

Siamo in 500 mila e siamo di corsa. Mezzo milione di persone in giro per l’Inghilterra, la maggior parte a Londra. Chi siamo? Siamo gli stagisti o, come si dice qui, intern. E siamo sempre di corsa. Di corsa a preparare caffè, di fretta a finire di scrivere i dialoghi di una nuova sit-com, senza pausa a programmare nuovi software, ininterrottamente a disegnare nuovi progetti per famosi architetti. Perdiamo i giorni a inserire migliaia di dati in un database, surriscaldare le stampanti a forza di fotocopie, staccare i tasti delle tastiere a suon dei continui colpetti della dita. Lavoriamo senza sosta a progetti pilota, iniziative fantasma, catene di montaggio virtuali, nella totale oscurità. Poco importa cosa si fa di preciso, l’importante è fare — è correre. Sperando che il tempo, il periodo in sottopaga e la fatica si tramutino in un degno trampolino di lancio. Stiamo correndo, sì; ma la verità è che lo facciamo per smettere di correre, un giorno o l’altro.

 

Anch’io sto correndo in questo momento. Ma non è più una metafora, perchè sono su un marciapiede a 500 metri da Buckingham Palace e sto superando tutti in fretta e furia. C’è quel dannato cambio della guardia adesso ed è pieno di turisti ambulanti; proprio oggi che è il mio primo giorno di lavoro. La missione è consegnare una lettera ad un ufficio di un ambasciata. Ma ho sbagliato completamente edificio: ho mal programmato le mappe del telefono e sto attraversando Londra da circa un’ora, tra andata e ritorno. Vorrei piangere, o comunque esprimere un sentimento degno della situazione tragicomica. Ma non ho tempo neanche per quello. È tardi, tardissimo, perchè entro 5 minuti devo arrivare all’ufficio giusto e consegnare la lettera prima che chiudano. Accelero e attraverso la strada alla cieca, con l’aggravante del senso inverso di marcia del mondo british.

 

 

Suona il telefono — è il boss. Rallento. Che gli dico? Che era chiuso? Che c’è stato un incidente? Le cavallette? Mi scappa di dirgli la verità, perché magari si sente in colpa per avermi dato poche indicazioni. E invece ride, ride di brutto: «ecco, abbiamo già un soprannome, Nicolas the Postman». Ok, ci sta, sono un postino che al momento è nel totale dramma, ora però lasciatemi correre. Sono le 12.27, e ho addirittura tre minuti di anticipo sulla chiusura dell’ufficio. Adesso prendetevi sta lettera (tutta sudata, stropicciata, melodrammaticamente eroica). «No — non possiamo accettare lettere dagli sconosciuti» gracchia il citofono. Noooo. Ho di nuovo quella strana fissa per dire la verità, perchè magari si sentono in colpa e mi accoglie a braccia aperte. 

 

«Sono uno stagista, al primo giorno. Il mio capo mi ha mandato qui. Ho sfortunatamente sbagliato indirizzo. Ho corso come un pazzo». Spero in testa gli si formi un’immagine Quasimodo misto Usain Bolt. Miserabile titano. Funziona e accettano la lettera. Nella mia testa partono 92 minuti di applausi, interrotti dopo pochi secondi quando scopro che l’ufficio dove lavoro e da cui sono uscito un’ora e mezza fa è a 300 metri da dove mi trovo ora. Se alzo lo sguardo addirittura vedo il palazzo. Piangere disperati (di nuovo), chiamare a casa e chiedere della mamma sarebbero le opzioni migliori, ma davanti mi aspettano altri lunghi mesi di stage; quindi meglio farsi forza e gettare l’esperienza nel cassetto del «se non uccide fortifica».

 

 

Siamo in 500 mila e siamo di corsa. Stagisti che metaforicamente o realmente corrono per portare a termine centinaia di sfide quotidiane, nella speranza di riuscire un giorno a consegnare quella “lettera”. Perché, in effetti, abbiamo scelto di arrivare in tempo alla consegna, a costo di farci venire un infarto per strada. Ci siamo messi in gioco, abbiamo ambizione e siamo fortunati — perché non tutti hanno la forza o i mezzi per permettersi una vita così. Guadagniamo poco e niente. Pesiamo a distanza su genitori e parenti. Spesso ci sforziamo inutilmente, per errore nostro o scarsa considerazione degli altri.

 

Anch’io, tra tutti, sono a Londra per questo. E di quei 500 mila, per giunta, sono l’ultimo arrivato. In mano un pugno di mosche — ma non si sa mai che a forza di stringerle forte si trasformino in qualcosa di più.

 

PS: Fortunatamente, dopo qualche giorno di stage, vi posso confermare che il mio compito non è quello di semplice portalettere! ūüėČ 

 

Nicolas Lozito

ni************@sc********.net

 

Foto di Diego Pinna 

www.flickr.com/photos/dpinna13

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